L’annuncio di poche settimane fa di un accordo per porre un tetto alla produzione di petrolio intorno ai 32.5 milioni di barili al giorno sembra già vacillare. Preoccupazioni e dubbi sono giunti da un incontro informale tenutosi a Istanbul settimana scorsa, tra alcuni membri dell’OPEC – Algeria, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Qatar, Venezuela (non propriamente tra i più importanti) – e due esterni al cartello, Russia e Messico. A dire il vero, considerato numeri e rilevanza dei partecipanti non stupisce che l’incontro non sia stato in alcun modo risolutivo. E’ invece la scarsa partecipazione a fornire un potenziale segnale d’allarme: dopo il meeting di Algeri, questa era la prima occasione, seppur informale, per avviare una discussione in merito all’attuazione del piano di riduzione della produzione di barili. Il fatto che tra i Paesi più influenti se ne sia presentato sostanzialmente solo uno – la Russia – per di più esterno all’organizzazione, desta perplessità.

In fondo, il vero nodo è proprio l’attuazione dell’accordo. I membri dell’OPEC dovranno sedersi attorno a un tavolo ed elaborare al loro interno – prima ancora che con i produttori esterni – un piano di tagli che ne condivida modalità e quantità per ciascun Paese. Un piano che appare tutto fuorché semplice.

D’altronde, l’OPEC e i suoi membri hanno dimostrato in passato di non fare della coerenza la propria migliore virtù. Le aperture e i successivi passi indietro di Arabia Saudita e soci non rappresentano una novità (basta ricordare Doha e il periodo che l’ha preceduta), in una rete di rapporti diplomatici intrecciati e complessi che non agevolano una comunicazione chiara e incondizionatamente collaborativa. Si pensi alle recenti dichiarazioni dei rappresentanti di Mosca e Riyadh: nel primo caso è stato detto che la Russia è pronta a collaborare al fine di tagliare o anche congelare la produzione di greggio. Nel secondo, il ministro saudita dell’Energia ha dichiarato che si dovrà prestare attenzione a non tagliare troppo, per non creare uno shock petrolifero. Ossia, da un lato si sventola la possibilità di un congelamento – il cui impatto sarebbe decisamente più limitato di un taglio – dall’altro si pone immediatamente un freno alle aspettative di tagli robusti. Certe dichiarazioni non sembrano però essere confortate dai numeri. L’ultimo rapporto dell’OPEC cita una produzione in ulteriore crescita a 33.4 milioni di barili a settembre, che rispetto ai 33.2 rilevati prima di Algeri implicherebbero una riduzione superiore ai 700mila barili necessari per arrivare al tetto dei 32.5 milioni di output complessivo. Allo stesso tempo, alcuni membri del cartello hanno catalogato come sottostimati i numeri del rapporto (che provengono da fonti non dirette): dall’Iraq al Venezuela, passando per Arabi ed Emiri, stando alle dichiarazioni degli stessi Paesi, sarebbero oltre 800mila i barili giornalieri mancanti alle rilevazioni del rapporto.

Potrebbe quindi essere ben più alta la soglia produttiva raggiunta dall’OPEC (oltre i 34 milioni di barili): ciò potrebbe porre su un sentiero ancora più irto di ostacoli il percorso di un piano di tagli in cui già qualcuno sta smettendo di credere. Alla luce dei motivi descritti confermiamo sul greggio la nostra view espressa nell’ outlook annuale.

1 Comment

  1. carlo occhiena
    18 ottobre 2016 at 19:57 — Rispondi

    ottimo articolo. ma in sintesi, ci mettiamo long o short? Ho letto l’outlook annuale ma non me lo ricordo!

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